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Gli ultimi giorni al Jeju Motel

  • Immagine del redattore: Antonio Castiello
    Antonio Castiello
  • 5 feb
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 18 feb

La prossima settimana, i neon dell’insegna viola fuori al Jeju Motel verranno spenti per sempre. La signora Myung-ja, titolare e ormai unica dipendente, ha deciso che quarantadue anni è un tempo giusto per abbandonare questa creatura. Non ci sono eredi e non c’è nemmeno un prezzo di vendita per le mura del Jeju Motel. Alla signora Myung-ja non servono soldi e le viene la malinconia solo pensare che i suoi ricordi possano essere convertiti in won. Ha deciso di lasciare il Jeju Motel come un piccolo figlio silenzioso di cemento. Senza più ospiti e distributori di noodles istantanei. Resterà immobile come uno di quei scogli che voltano le spalle al mare sulla costa di Jeju. Se si sforza con gli occhi, la signora Myung-ja, riesce a intravederli nelle giornate chiare, dalla sua piccola finestra all’ultimo piano. Scuri e lontani.


Sono le sette di sera e la signora Myung-ja ha appena lasciato il piccolo banco reception. Non ci sono più arrivi e può finalmente dedicarsi all’unica faccenda che l’interessa ormai da settimane: preparare la sua prima valigia. Mentre risale le scale al primo piano, con la moquette che silenzia i suoi passi, sente le note d’affetto delle coppia francese nella stanza numero tre. Non avranno nemmeno vent’anni e un amore che sa ancora dei primi tempi. Con i soldi guadagnati in estate e l’eccitazione sconsiderata di chi si rivede in un’altra persona per la prima volta, hanno prenotato per la meta più esotica e remota che potevano permettersi. L’isola di Jeju. Se ne stanno da tempo rinchiusi in stanza, senza una vera idea su cosa poter fare. Restano fissi ognuno sul proprio cellulare per trovare una buona proposta da consegnare all’altro. Per ora hanno solo mangiato zampe di gallina fritte, credendo di ordinare cosce di pollo. Lei vorrebbe fare il giro dell’isola a piedi. Lui però non ha le scarpe adatte per camminare così a lungo. Lui vorrebbe mangiare i frutti di mare ma lei non può sopportare la puzza di pesce. Fuori dalla loro piccola città di provincia francese, gli sembra di non avere più tante cose in comune. Questo però non li ferma dall’abbandonarsi sul letto e fare l’amore fin quando riescono. Quando tirano fuori la testa delle lenzuola è già buio e pensano che possono restare così ancora del tempo, senza far nulla e mangiare zampe di gallina.


Sogno di una ragazza francese sull'isola di Jeju

Sopra le loro teste, al secondo piano, c’è la stanza numero tredici. La occupa Ulrich, un cinquantenne mezzo tedesco e mezzo americano che da anni si fa tre settimane al Jeju Motel. Sempre le stesse date. Sempre la stessa stanza. Racconta di essere un pezzo grosso in una banca americana. Da diciassette anni torna a Jeju per farsi – come lui dichiara – ventuno giorni di scrittura intensiva. In un'altra stanza o in altre date non riuscirebbe. È la storia di un americano che diserta la guerra – non si sa quale – fuggendo in Corea del Sud. In questa nuova terra, come se fosse un destino inevitabile, il protagonista ritrova però un nuovo conflitto. Ulrich dice che la presenza fisica nel luogo di ambientazione lo ispira e che in America non riesce a scrivere nemmeno una parola. Non è ancora terminato ma ogni anno dichiara che è a buon punto. La signora Myung-ja gli porta alle otto, alle dodici e alle diciotto, acqua calda e una confezione di noodles. Si perdono in due minuti di chiacchiere e poi Myung-ja lo liquida gentilmente con tipo “devo stendere il bucato”. In verità non sopporta che Ulrich esca sul pianerottolo della sua stanza sempre in camicia e mutande. Uno spettacolo disgustoso ma si può dire che Ulrich sia la cosa più vicina a un amico per Myung-ja. In fondo al corridoio, c’è un italiano con lo zaino consumato. Si ferma una sola notte e poi partirà per un altro posto. Myung-ja non ha capito quale, così come non ha capito il suo nome. L’ha etichettato come il tizio con lo zaino, pieno di fretta e con un casino di panni sporchi. Quei vestiti adesso ballano nell’unica lavatrice del Jeju Motel, al piano interrato. Mentre la signora Myung-ja passa davanti alla sua porta riesce a sentire la confusione dei suoi pensieri. A cosa sta pensando? Non riesce a capirlo nemmeno lui. Ha la testa più agitata della centrifuga di sotto. Da un lato vorrebbe tornare a casa e spingere la faccia nella pancia del suo gatto per tre giorni. Dall’altro vorrebbe vedere se a un certo punto il mondo finisce. È stanco ma curioso. Forse, quando i panni saranno asciutti, saprà cosa vuole. La porta di fronte è la stanza diciassette.  Una coppia di sposi cinesi ha appena chiuso la porta. Sono tre anni che provano ad avere un bambino. La madre di lui ha giurato che l’aria vulcanica fa bene alla fertilità; allora il marito ha subito prenotato la vacanza. Lei non ci spera più ma le dispiaceva rinunciare al suo primo viaggio fuori dal Sichuan. Mentre lui sistema ordinatamente i vestiti dentro l’armadio, lei guarda un opuscolo turistico lasciato sul comodino da qualche vecchio ospite. Vede le foto del vulcano e pensa se esiste davvero qualche divinità, uno spirito del vulcano o semplicemente un’aria magica che li aiuti a far venir fuori un bambino. A lei basterebbe un po’ di pace. Uno spirito che le annunciasse che non c’è niente di male a non averne uno.


Una donna respira l'aria vulcanica di Jeju

Questa pace mancata, la signora Myung-ja se la trascina fin sopra al terzo piano. Proprio vicino alle scale, c’è la stanza numero ventuno. Lì dentro è morta la nonna di Myung-ja e da quel momento non è stata più usata. Un passo più avanti c’è la stanza ventidue, qui invece è morta la madre di Myung-ja. Anche questa stanza è stata sigillata e non ha visto più ospiti. I corpi sono andati via ma lo spazio che occupavano è rimasto il loro. Myung-ja fa un saluto accarezzandone i pomelli e poi infila la chiave nella stanza numero ventitré. Il Jeju Motel non sarà la sua tomba. Ha deciso così. La sua piccola valigia è già sul letto pronta a scoprire quei posti che stavano, fino a quel momento, soltanto sulle lingue dei suoi clienti. Lei andrà via e tutte le camere resteranno chiuse con gli aloni degli ultimi ospiti che le sono capitate. Un mausoleo dove resteranno sepolti i ricordi di Myung-ja, il giovane amore francese, il romanzo di Ulrich, la speranza di un nuovo bimbo cinese e lo sporco raccolto in giro per il mondo. Myung-ja staccherà pure il telefono senza nessun messaggio della segreteria. A Ulrich verrà un colpo ma il suo libro comunque non l’avrebbe mai letto. 

Guarda fuori dalla finestra un’isola fuori stagione. Anche a lei darà un addio in punta di piedi, come i suoi passi all’alba tra i corridoi del suo Jeju Motel.

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